Germania: i Länder chiedono al governo tedesco e alla Ue una strategia di gestione dei profughi

Critiche alla Merkel e dubbi sulla sicurezza. Capacità ricettive al limite

di Massimo Demontis (Berlino)

È allo stremo Monaco. L’arrivo inarrestabile di profughi, 12.000 solo sabato scorso, un flusso ininterrotto da una settimana, sta mettendo a dura prova le capacità ricettive della capitale bavarese, giunte ormai al limite.

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Tutte le sistemazioni provvisorie e di fortuna sono piene. Molti profughi potrebbero rimanere senza un alloggio in cui trascorrere la notte. Il sindaco di Monaco, il socialdemocratico Dieter Reiter, ha criticato la mancanza di solidarietà nazionale e lo scarso aiuto dagli altri Länder. Le autorità hanno intanto deciso di mettere a disposizione il palazzetto olimpico per garantire una sistemazione ai profughi, ma i letti da campo sono esauriti. Molti dovranno dormire su materassini da ginnastica o semplicemente su coperte.

I Länder non fanno abbastanza

L’aiuto degli altri Länder „è ridicolo“ ha detto Reiter. La situazione „ in cui Monaco si fa carico da sola di un’incombenza nazionale era prevedibile da giorni“, ha aggiunto il sindaco della capitale bavarese facendo sapere che „stiamo andando verso una situazione in cui dovremo dire: per i rifugiati in arrivo non abbiamo più spazio“.

Il forte flusso migratorio che ha messo in ginocchio le capacità ricettive di Monaco sta creando in Germania tensioni politiche.

Critiche alla Merkel

Secondo il quotidiano conservatore della domenica Welt am Sonntag alcuni ministri dell’Interno dei Länder, in una videoconferenza, avrebbero criticato la Merkel per aver sbandierato un troppo generoso permesso di soggiorno per motivi di asilo politico nei confronti dei profughi, senza un coordinamento con gli stessi Länder e senza averli preventivamente informati, tanto che questi si sentirebbero colti alla sprovvista (fonte n-tv online).

Durante la videoconferenza i ministri dell’Interno dei Länder – su pressione della CSU bavarese – avrebbero sollevato questioni di sicurezza „che non possono essere ignorate“ perché nel flusso migratorio potrebbero essere presenti persone con „vedute estremiste o con retroterra terroristico“. Il ministero federale dell’Interno ha però fatto sapere che sinora non ci sono segnali o indizi per una presenza di potenziali terroristi tra i rifugiati.

Il pressing dei cristiano-sociali bavaresi

Il governo tedesco ha reagito alle pressioni del governo bavarese e a quelle dei Länder reintroducendo provvisoriamente i controlli al confine con l’Austria. Oggi però il ministro dell’Interno della Baviera, il cristiano sociale Joachim Hermann e il suo collega segretario generale del partito Andreas Scheuer, parlano di controlli “di almeno alcune settimane”. Dalla Baviera, in casa cristiano-sociale, si leva sempre più forte la voce che “non tutti sono rifugiati, che molti anzi non sono profughi perché negli ultimi giorni si è diffusa la voce che dichiarare di essere siriani sarebbe garanzia di successo”. (di essere accolti appunto come profughi e ottenere asilo politico, ndr).

Per Scheuer la politica estera europea ha fallito. In un summit europeo straordinario l’UE “dovrebbe lanciare chiari segnali volti a bloccare nuove ondate di profughi, combattere le cause che creano l’esodo, utilizzare in modo sensato i soldi destinati allo sviluppo, stabilizzare i campi profughi, garantire frontiere UE più sicure”.

Gabriel: la Gemania è forte, ma da sola non ce la fa’

Anche il presidente del SPD, vice cancelliere e ministro dell’Economia Sigmar Gabriel ha voluto inviare un messaggio ai partner europei poco prima del vertice dei ministri dell’Interno che si terrà oggi a Bruxelles. Gabriel, che sino a pochi giorni fa parlava di almeno 500-800 mila profughi in arrivo in Germania nel 2015, in una lettera inviata ai membri del suo partito, citata da Spiegel online, parla ora di 1 milione di profughi nel 2015. In questa lettera, Gabriel avrebbe scritto ai suoi compagni di partito che “la Germania è forte e può fare molto, tuttavia quello che è successo in questi giorni, soprattutto per quanto riguarda la velocità di affluenza dei profughi ha portato – nonostante tutta la nostra buona volontà – le nostre capacità ricettive al limite”. Gabriel punta il dito e denuncia che nonostante i numerosi contatti e colloqui non si è riusciti a trovare una soluzione al problema dei profughi a livello europeo “perché alcuni partner in modo del tutto evidente rifiutano questa soluzione”. “Nessun paese può accollarsi da solo l’accoglienza e la sistemazione dei profughi” ammonisce Gabriel.

Continua la mobilitazione e l’aiuto dei tedeschi

Non diminuisce la mobilitazione e l’entusiasmo con cui i tedeschi hanno accolto e stanno accogliendo i profughi in molte città e comuni tedeschi. Una mobilitazione su più livelli, alla quale partecipano non solo semplici cittadini e volontari ma anche istituzioni pubbliche e private. Sembrano lontani, non dimenticati, gli episodi di intolleranza, gli attacchi incendiari i rigurgiti xenofobi dei giorni scorsi.

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E però si respira una strana atmosfera. Un’atmosfera di attesa, nei comuni, tra la gente. Si vuole capire cosa succederà tra qualche settimana, tra qualche mese. Vedere quali soluzioni sarà capace di mettere in campo la politica per far fronte a questo esodo di massa. Sentendo i discorsi in metropolitana, nei programmi televisivi, agli angoli delle strade, l’impressione è che l’entusiasmo potrebbe bruscamente mutare in preoccupazione, paura e persino in rigetto sia a livello politico sia – soprattutto – nell’opinione pubblica.

I Länder e i comuni sono in prima linea a chiedere alla Merkel, al governo, di fare la sua parte, di dettare la linea e indicare come procedere coinvolgendo però tutti.

Quale strategia adotterà il governo? Chi pagherà i costi?

È comprensibile che per ora manchi una chiara strategia su come far fronte all’enorme flusso di profughi. Innanzitutto bisogna dar loro un letto e un tetto, bisogna curarli, dargli da mangiare. Ma come gestirli nel lungo periodo e con l’inverno alle porte in un paese che conta già un numero elevato di immigrati?

Presto sarà necessario cominciare a discutere di soluzioni di lungo termine. Cioè dove – e come – alloggiare i profughi, come integrarli, insegnare loro la lingua, dargli un’assicurazione sanitaria, prospettive di vita dignitosa, di inserimento sociale e di lavoro. Come e chi pagherà i costi?

Senza risposte a queste domande, la frustrazione prima e le paure poi prenderebbero il sopravvento, tra i cittadini tedeschi e tra i profughi, dando luogo a frizioni sociali pericolose.

Dove alloggiare questa povera gente in città in cui nemmeno gli indigeni trovano alloggi e alloggi pagabili? Come evitare di creare “ghetti”, e conflitti, nei comuni e nelle città e scongiurare che tra qualche mese i profughi siano assaliti dalla rabbia del sentirsi rinchiusi in casermoni, dalla mancanza di intimità, dalle differenze sociali e religiose al loro interno, dal non far niente, dal sentirsi inutili, da sentimenti di sradicamento totale?

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L’integrazione

L’integrazione di uomini donne e bambini sarà il compito più difficile di Angela Merkel e del suo governo con i socialdemocratici di Sigmar Gabriel e i cristiano-sociali di Horst Seehofer (leader CSU e governatore della Baviera). Una prova del nove e un’opportunità per un paese in cui le politiche di integrazione sono già fallite nel passato prossimo e in quello più recente, se si tiene presente che una generazione di tedeschi con genitori stranieri parla a malapena la lingua di Göethe e Schiller, ha enormi difficoltà a trovare un lavoro e vede purtroppo respinti i propri curricula sulla base del cognome arabo o turco, bulgaro o romeno o a causa della foto allegata al curriculum.

Integrare non è soltanto garantire libertà religiosa e di culto. Un’ovvietà verrebbe da dire, per noi occidentali. Sappiamo però che non è così dappertutto, nemmeno in Europa. Sarà integrazione vera quando si insegnerà a capire e rispettare i valori – e le leggi – delle nostre società, valori e leggi di tolleranza e di accettazione, di diversità, valori di rispetto verso il prossimo, verso il diverso per appartenenza religiosa, politica, sessuale e quando saranno garantite a tutti, anche agli immigrati e ai rifugiati, davvero pari opportunità di accesso alla formazione, allo studio, al lavoro.

Se il presidente degli industriali (BDI) Ulrich Grillo dichiara che i profughi sono benvenuti e che l’industria è pronta a dare lavoro e formazione, preoccupa invece l’uscita di Hans-Werner Sinn, economista ordoliberale, presidente dell’Ifo, un istituto di ricerche economiche di Monaco. Secondo Sinn per integrare i profughi nel regolare mercato del lavoro “bisognerà ridurre il salario minimo orario”. L’augurio è che qualcuno non stia già pensando di usare i rifugiati per ridurre gli stipendi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’IFA 2015 parla cinese

È l’anno della connettività e della smart home. In crescita l’elettronica da intrattenimento e gli elettrodomestici

di Massimo Demontis (Berlino)

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Parla decisamente cinese l’IFA 2015 (Internationale Funkausstellung). La tradizionale fiera internazionale dell’elettronica e dei prodotti di largo consumo che si svolge a Berlino ai piedi della torre radio, la Funkturm, dal 4 al 9 settembre.

Su una vasta area espositiva di 150.000 metri quadri, oltre 1600 espositori provenienti da 49 paesi, di cui circa un terzo dalla Cina, mostrano novità e trend attuali e futuri su prodotti di largo consumo come smartphones, tablets, tv ad altissima definizione, notebooks, camere digitali, hi-fi e un gran numero di wearables devices, in altre parole tecnologie indossabili, dallo smartwatch, ai braccialetti per il fitness, alle videocamere ai micro-computer.

La domotica e i dispositivi smart home

L’IFA non è solo smartphones  tablets e tv, è anche domotica, un concentrato di innovazione tecnologica e di soluzioni per un “governo della casa” sempre più “intelligente e interconnesso”, per un ambiente domestico comodo e tecnologicamente ultramoderno.

I big internazionali del settore e brand meno conosciuti ma agguerriti, presentano nuovi trend in fatto di frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, prodotti per l’igiene e la cura del corpo, aspirapolvere, elettrodomestici e utensili da cucina e utensili e tutte le soluzioni chiamate smart home.

Gli smart home sono dispositivi capaci di controllare a distanza – tramite terminali connessi a internet – a che punto è la lavatrice, di programmarne l’inizio e il tipo di lavaggio, far suonare un allarme se il frigorifero è aperto o se in casa viene rilevato del fumo o gas, regolare la temperatura nell’appartamento, sorvegliare la casa.

Il risparmio energetico, la sicurezza, la gestione a distanza degli elettrodomestici e l’entertainment sono le direttrici di sviluppo dei dispositivi smart home. All’IFA 2015 gli esperti del settore sono convinti che da questo momento in poi, grazie al crescente interesse dei consumatori in Europa, queste tecnologie otterranno un forte impulso. Irrobustendo un trend in crescita e un mercato di grande interesse sia per i produttori sia per gli acquisti online al fine di renderli sempre più a “misura” di acquirente: semplici, veloci, iper mirati. La sicurezza di questi dispositivi meriterebbe tuttavia un discorso a parte.

L’anno del dragone

Notevole la presenza dei cinesi, oltre il 30 per cento degli espositori, con grossi nomi internazionali come Lenovo, TCL, Haier, Hisense, Huawei e ZTE. Questi ultimi sempre più ”aggressivi” nella competizione per contendere a Samsung, Apple e Sony il podio nel mercato degli smartphone. E notevole anche la presenza di piccoli produttori del distretto di Shenzhen

Huawei – come noto – ha presentato due pezzi da novanta, il Mate S e il G8.

Il Mate S, phablet sottile soltanto 7,2 millimetri e con un peso di 156 grammi pronto a dare filo da torcere ai leader Apple e Samsung e a conquistare i mercati mondiali, si presenta con un display Amoled full HD da 5,5 pollici e un vetro Gorilla Glass4. Il lato posteriore del metal phone è dotato di una fotocamera da 13 megapixel, mentre la fotocamera anteriore ha un sensore da 8 megapixel. Oltre alla grande maneggiabilità del dispositivo, alla sua robustezza e al design accattivante, non diverso dal suo predecessore Ascend Mate 7, il Mate S presenta due novità molto interessanti: il Force Touch e una funzione di ricarica veloce della batteria che consentirà – secondo l’azienda – con soli dieci minuti di ricarica un uso di due ore.

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Il Force Touch, tecnologia introdotta da Apple e che probabilmente sarà in uso anche nel nuovo iPhone 6s, disponibile solo nella versione da 128 GB, consente al touchscreen di riconoscere una pressione più accentuata mettendo a disposizione alcune delle funzioni principali dello smartphone.

Anche il modello della serie G, il G8, un device di fascia media con aspirazioni high-end sembra destinato a grandi successi. Display in full HD da 5,5 pollici, vetro Gorilla Glass 2.5, sistema operativo Android Lollipop 5.1, il G8 ha un metal body al 90 per cento in alluminio. La fotocamera posteriore è da 13, quella anteriore da 5 megapixel. Dotato di connessione LTE e di slot Dual SIM, il G8 ha una batteria da 3000 mAh.

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Sony non è rimasta a guardare e ha presentato all’IFA tre nuovi smartphone della gamma Xperia.

Il Xperia Z5 Premium è il fiore all’occhiello della casa giapponese, il primo smartphone al mondo con display da 5,5 pollici a tecnologia 4k capace di riprodurre immagini in ultra definizione. Tutti e tre i modelli di Xperia Z5 sono dotati di fotocamera posteriore da 23 e camera anteriore da 5,1 megapixel e di uno speciale sensore con autofocus ibrido in grado di – informazione aziendale – mettere a fuoco in 0,03 secondi. Diversa invece la risoluzione: solo il top di gamma, il Xperia Z5 Premium ha una risoluzione di 3480 x 2160 pixel. Interessante lo spessore del phablet contenuto in soli 7,3 millimetri. Tutti e tre modelli sono dotati di sistema operativo Android Lollipop 5.1.

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È tempo di tv in UHD, 4k e 8k

Oltre agli smartphone occupano da alcuni anni la scena anche i smart tv e i tv ad alta definizione UHD. Curvi e non, tutti i big del settore Philips, Samsung, Sony, Panasonic, Toshiba, il rinato e rinomato brand tedesco Loewe, i meno noti turchi di Vestel, i cinesi TCL e Hisense hanno presentato screen accattivanti in grande formato, con contrasti elevatissimi in 4k e 8k e una gamma colori fenomenale.

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Come è stato evidenziato qui all’IFA, i tv in 4k e 8k non avrebbero alcun senso se la potenza del processore grafico non avesse fatto passi da gigante. Senza un processore adeguato non sarebbero infatti in grado di riprodurre immagini in modo fluido. È ancora presto per capire quale futuro avranno questi bolidi dell’immagine considerando che lo standard attuale è il full HD. Non la pensa così Hans-Joachim Kamp, presidente del consiglio di vigilanza della gfu, Consumer & Home Electronics, la società che gestisce l’organizzazione dell’IFA, convinto che il futuro di questi tv sia già segnato perché “i tv UHD continuano a essere un’area di grande sviluppo, con una crescita stimata del 178 per cento quest’anno, per arrivare a 28.4 milioni di unità vendute”. (fonte GfK)

L’età della connettività

Nick Parker, Corporate vice-president di Microsoft OEM Division, ha detto che sarà la connettività “a cambiare presto le nostre vite”. È questa la parola d’ordine dell’IFA 2015, connettività. Un mondo connesso da dispositivi multifunzionali sempre più richiesti dai consumatori che, stima l’Ocse, nel 2050 vivranno per il 70 per cento in ambiente urbano.

Il mercato dell’elettronica da intrattenimento –secondo le ricerche della GFK, azienda che si occupa di ricerche di mercato e comportamenti del consumatore – è in una fase di “mutamento radicale”. La fascia di mercato tv e audio, grazie alla tecnologia Ultra-HD, ai soundbar e ai sistemi multi-room registra potenziali di crescita nonostante il calo di vendite di tv LCD. GFK stima che nel 2015 “saranno venduti 28 milioni tv UHD”, la gran parte in Cina, mentre in Europa occidentale ne saranno venduti circa 4 milioni. Uno ogni dieci tv venduti in Europa sarà quindi un tv UHD.

In crescita il mercato degli elettrodomestici in Cina, India, Europa occidentale e orientale. In regressione rispetto al 2014 invece quello di Russia e Brasile. In questo settore fanno da traino soprattutto le asciugatrici e tutti gli elettrodomestici controllabili a distanza.

Nel primo semestre del 2015 il settore dei piccoli elettrodomestici e robot da cucina, da quelli per la cura del corpo, agli aspirapolvere ai ferri da stiro, si è rivelato un importante fattore di crescita, generando il 12 per cento di spesa in più a livello globale (Nord America escluso). Anche in questo settore la Cina è il mercato più forte per questi prodotti. Molto richiesti gli standmixer, i cuociriso a vapore, gli aspirapolvere senza fili e gli aspirapolvere robot.

In espansione a livello mondiale, grazie alla tecnologia di trasmissione dati per reti senza fili Bluetooth, il settore dell’elettronica da intrattenimento. Qui a farla da padrone sono i diffusori docking con connettività Bluetooth, le cuffie, gli headset, le radio digitali.

Considerevole anche la richiesta di action cams, droni e quadcopter.

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Germania, accordo per il governo di larghe intese ma decideranno gli iscritti Spd

Raggiunto l’accordo per il nuovo governo Merkel. Il governo delle larghe intese nascerà forse il 17 dicembre dopo la consultazione degli iscritti Spd. Sarà il terzo governo di grande coalizione, il secondo dell’era Merkel.

di Massimo Demontis (Berlino)

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E infine fiat Grosse Koalition. Com’era largamente prevedibile e voluto da tutti i principali attori, quasi all’alba di mercoledì Cdu-Csu e Spd hanno raggiunto l’accordo per la formazione del nuovo governo.

A due mesi dalle elezioni legislative, dopo un mese di trattative e dopo una notte intera di negoziati sui punti più caldi dell’accordo, in particolare sul salario minimo orario chiesto dalla Spd, i leader dei tre partiti Angela Merkel, Sigmar Gabriel e Horst Seehofer hanno ottenuto la quadratura del cerchio e dato luce verde all’intesa.

Dinanzi alle telecamere tutti e tre i partiti si sono presentati come vincitori della lunga maratona di trattative durata 17 ore, ma al di là dei sorrisi e delle frasi di circostanza permane una certa dose di nervosismo visibile soprattutto nelle facce dei leader socialdemocratici. Memori del disastro del 2009, alla fine dell’esperienza di governo con Angela Merkel (2005-2009), il peggior risultato elettorale dal dopoguerra a oggi e spaventati dal secondo peggior risultato dal dopoguerra, quello ottenuto due mesi fa alle politiche, i leader Spd chiedono agli iscritti di co-decidere sul futuro governo.

Lo scoglio della consultazione in casa Spd

Il vero via libera all’accordo dei vertici di Cdu-Csu e Spd dovranno darlo i 470.000 iscritti alla Spd, chiamati a decidere con una consultazione interna se l’accordo porta davvero l’autografo socialdemocratico e se i vertici del partito sono riusciti a dare un taglio sociale all’intesa, in altre parole se – come promesso più volte – la Spd è riuscita a imporre a Cdu e Csu alcuni dei suoi cavalli di battaglia. Il 15 dicembre si chiuderà il conteggio dei voti degli iscritti Spd e solo allora si saprà se già il giorno dopo nascerà il nuovo governo Merkel, la seconda Große Koalition guidata dalla Cancelliera, la terza nella storia della Repubblica Federale di Germania.

Le critiche di Lammert e il no di Günter Grass

La scelta del vertice Spd di far decidere i propri iscritti sulla coalizione con l’Unione non è piaciuta molto in casa Cdu-Csu. Scelta definita “discutibile” dal presidente del Parlamento federale Norbert Lammert, che fa notare come una piccola minoranza possa decidere sulla chiara scelta di 61 milioni di elettori. Dal punto di vista teorico democratico, dice Lammert, la consultazione “non è al di sopra di qualsiasi dubbio” se il 20 per cento o 100.000 iscritti partecipano al voto e 50.000 votanti sono sufficienti a decidere sulla coalizione.

Non la pensa così il premio Nobel per la letteratura e simpatizzante Spd Günter Grass. Lo scrittore teme lo strapotere del governo delle larghe intese e la conseguente mancanza di chance per l’opposizione. Il riferimento di Grass alle chance di controllo democratico dell’attività di governo da parte della piccola opposizione formata da Die Linke e Grünen è evidente. Se non sarà modificato il regolamento parlamentare verdi e sinistra non hanno nemmeno la possibilità di chiedere l’istituzione di commessioni parlamentari d’inchiesta.

L’appello contro l’intesa

“Non posso che consigliare alla Spd e ai suoi iscritti di non entrare nella Grosse Koalition” afferma Grass. Al monito di Grass, con l’appello pubblico “Wider die Grosse Koalition”, si sono uniti altri 27 volti noti tra i quali Hanna Schygulla (attrice), Heiner Flassbeck (economista), Ingo Schulze (scrittore), Friedrich Schorlemmer (teologo).

 

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L’intesa in sintesi

I risultati dell’intesa saranno presentati oggi dai leader della coalizione Merkel, Gabriel e Seehofer.

Il salario minimo orario

I socialdemocratici hanno ottenuto il salario minimo orario di 8,50 euro, cavallo di battaglia e punto irrinunciabile per la Spd, ma non da subito come si temeva in ambienti sindacali bensì dal 2015. I contratti di categoria continueranno a essere validi e saranno via via adeguati dalle rappresentanze sindacali e dei datori di lavoro in un periodo di transizione sino al 2017. In alcuni settori stagionali e in quello agrario saranno possibili deroghe. Qui si è imposta l’Unione accogliendo le richieste dell’industria e quelle dell’ala interna più sensibile agli industriali.

Le pensioni

Altro punto critico dell’intesa. La Spd è riuscita a imporre il pensionamento a 63 anni, senza tagli percentuali, dopo 45 anni di contributi versati. L’Unione aveva invece chiesto e ha ottenuto dal 2014 l’aumento delle pensioni per le madri con figli nati prima del 1992.

Pensione solidale

Dal 2017 dovrebbe essere introdotta una cosiddetta “pensione solidale” per chi guadagna sino a 850 euro il mese.

La doppia cittadinanza

Cade l’obbligo per i figli di genitori stranieri, nati e cresciuti in Germania, di scelta della cittadinanza sino al 23 anno di età. Decisione che permetterà a molti cittadini di origine turca di mantenere il doppio passaporto. Posizione sostenuta dai socialdemocratici, controbilanciata però dal fatto, come voleva l’Unione, che le persone non nate in Germania che sceglieranno di ottenere la cittadinanza tedesca non avranno il doppio passaporto.

Tasse e debiti

Non ci sarà alcun aumento delle tasse per i redditi più alti, come chiesto dalla Spd per finanziare gli investimenti in infrastrutture e, secondo il volere dell’Unione, non saranno contratti nuovi debiti.

Salute e assistenza sanitaria

L’eventuale aumento della quota individuale di contributi per l’assicurazione sanitaria, oggi all’8,2 per cento su un totale del 15,5 per cento, sarà collegato al reddito del lavoratore. Ferma invece al 7,3 per cento, su richiesta Cdu-Csu, la quota dei datori di lavoro.

Energia

L’Unione chiedeva una quota pari al 50-55 per cento di energie rinnovabili da raggiungere nel 2030, la Spd si era posta l’obiettivo del 75 per cento. Il compromesso prevede una quota del 55-60 per cento dell’intero fabbisogno energetico per il 2030.

Pedaggio autostradale per gli stranieri

Il tanto discusso e avversato pedaggio per gli automobilisti stranieri voluto da Horst Seehofer, presidente della Baviera e leader Csu è cosa fatta dal 2014. La legge dovrà essere conforme alle norme europee e disegnata in modo che non incida sugli automobilisti tedeschi.

I dicasteri

I nomi dei ministri saranno resi noti dopo la consultazione degli iscritti socialdemocratici. I leader della Spd temono che la base possa pensare che l’intesa si fondi più sulle poltrone che sul futuro del paese.

La Spd dovrebbe ottenere sei ministeri, la Cdu cinque e il ministro della cancelleria, una figura di coordinamento, di stretta fiducia del capo del governo, la Csu tre.

Quasi certo al ministero degli Esteri è dato il capogruppo Spd in Parlamento Frank-Walter Steinmeier, che però potrebbe giocarsi la poltrona con un grande Cdu, Wolfgang Schäuble. Schäuble dovrebbe tuttavia restare all’Economia.

Sicuro un ministero anche per la segretaria generale del partito Andrea Nahles, che potrebbe ottenere il dicastero del Lavoro.

Riconfermati con quasi assoluta certezza, anche se non è dato sapere per quali dicasteri, tre nomi di peso della Cdu, Ursula von der Leyen, Ronald Pofalla e Peter Altmeier.

Resta l’incognita del leader Spd Sigmar Gabriel. Gabriel può scegliersi un dicastero di suo gradimento, ma non è escluso che preferisca il posto di capogruppo in parlamento così gradito anche a Steinmeier.

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Germania, la Merkel vince a mani basse. Liberali e AfD fuori dal Parlamento. La Spd al palo

L’Unione si ferma ad un passo dalla maggioranza assoluta e ottiene un risultato storico. Nessuna svolta a sinistra. Tracollo della Fdp, fuori dal Parlamento. Bene Die Linke, terza forza nel Bundestag, male invece i Grünen ridimensionati nelle loro aspettative. Non entra nel Bundestag il partito euroscettico Alternative für Deutschland, ma ottiene un incoraggiante 4,7 per cento. Duramente sconfitti i Piraten con un 2,2 per cento. Già si parla di Große Koalition Union-Spd.

di Massimo Demontis (Berlino)

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Vince, stravince e convince da sola Angela Merkel. Conferma tutti i pronostici preelettorali, tutti i sondaggi – e non c’era alcun dubbio che andasse così – fagocita l’alleato di governo Fdp (i liberali), travolge gli avversari e porta al trionfo l’Unione, Cdu e Csu, sfiorando la maggioranza assoluta in Parlamento.

“Angie, Angie” urlavano quasi adoranti i giovani democristiani accogliendo la cancelliera Merkel nella Konrad-Adenauer Haus, la sede nazionale della Cdu a Berlino, per festeggiarne il trionfo. Lei sorridente ha parlato di “un super risultato” e della fiducia degli elettori “che useremo con responsabilità”. Con la testa già rivolta al futuro la Merkel ha pronosticato che “anche i prossimi quattro anni saranno anni di successo per la Germania”.

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Dalla sua parte, bisogna dirlo, oltre alla fiducia dei tedeschi, la Cancelliera ha avuto il sostegno di buona parte dei mass media, quelli che contano e pesano nell’orientare la scelta degli elettori, l’appoggio dell’industria, del settore bancario e assicurativo e delle casse malattia private. Per dirla con Giovanni di Lorenzo, caporedattore del settimanale di Amburgo Die Zeit, la Merkel era imbattibile. E Spiegel online la incorona parlando di “Repubblica Merkel”.

I risultati

L’Unione (Cdu e Csu) ottiene il 41,5 per cento, 311 seggi su 316 e incassa un 7,7 per cento in più rispetto alle precedenti elezioni legislative del 2009 riuscendo a riportare alle urne e a sedurre 1 milione e 250 mila non votanti. Un risultato straordinario, il migliore da 23 anni, quasi una storica maggioranza assoluta al Bundestag.

Il tracollo dei liberali

Per la prima volta dal 1949, dalla fondazione del partito, escono dal Parlamento federale i liberali della Fdp. Una sconfitta bruciante per gli alleati della Merkel, un tracollo storico.

I liberali si sono fermati al 4,8 per cento, ad un passo dalla soglia di sbarramento del 5 per cento, perdendo il 10 per cento dei voti. Una brutta botta per Philipp Rösler e Rainer Brüderle, rispettivamente presidente del partito e capolista alle politiche, una disastrosa débâcle che avrà conseguenze politiche per entrambi. La Fdp ha ceduto 2 milioni e 200 mila voti a Cdu-Csu, 570 mila alla Spd e addirittura 440 mila al nuovo partito Alternative für Deutschland. Oltre 400 mila elettori liberali hanno invece deciso di non votare più Fdp e di restare a casa.

La Spd al palo. Delusione tra i socialdemocratici

Delusi i socialdemocratici che si aspettavano un risultato migliore del magro 25,7 per cento uscito dalle urne. La Spd aumenta i suoi voti, cresce solo del 2,7 per cento rispetto al 2009 e conquista 192 seggi. La distanza rispetto all’Unione rimane abissale.

Sia il candidato cancelliere Peer Steinbrück sia il presidente del partito Sigmar Gabriel hanno detto che il risultato della Spd è stato inferiore alle attese. “La Spd non ha fatto una campagna elettorale priva di contenuti. Abbiamo parlato di politica, ma non abbiamo raggiunto i nostri obiettivi. Ora la signora Merkel deve cercarsi una maggioranza. Al mio partito suggerisco di andare all’opposizione. Escludo per oggi e anche per il futuro una coalizione con Die Linke” ha dichiarato Steinbrück nel corso di un dibattito televisivo.

Non stupisce che la Spd e Steinbrück non siano riusciti a conquistare l’elettorato. L’80 per cento dei tedeschi pensa che la Merkel sia una buona ambasciatrice della Germania nel mondo e il 60 per cento ritiene che la Cancelliera faccia una buona politica per il paese. Di contro, il 60 per cento dei tedeschi crede che con la riforma Hartz IV, le riforme sociali e del mercato del lavoro dell’era Schröder, e con la pensione a 67 anni la Spd non sia più il partito della giustizia sociale.

L’Unione vince grazie soprattutto a tre Länder, la Baviera, il Nordreno-Westfalia e il Baden-Württemberg dove cresce del 17,5 per cento.

Euforia a sinistra, traumatizzati i verdi

Die Linke, il partito di sinistra guidato da Gregor Gysi, perde il 3,3 per cento diventa il terzo partito in Parlamento, porta a casa 64 seggi con un buon 8,6 per cento e scavalca seppur di poco i Grünen. “Sono molto contento nonostante la perdita di voti. Chi l’avrebbe detto nel 1990 che questo partito sarebbe diventato la terza forza politica del Parlamento tedesco. In Germania c’è un nuovo clima. Questa è stata l’ultima campagna elettorale con la conventio ad escludendum (nei confronti della Linke da parte di Spd e Grünen, nda). La nostra responsabilità sarà molto grossa, in particolare se diventerò leader dell’opposizione (nel caso di Grosse Koalition, nda)” ha dichiarato Gysi.

Impietriti i Grünen di fronte ai primi exit poll, risultati poi confermati via via dai dati ufficiali. Sognavano un risultato a due cifre, tra il 12 e il 14 per cento e invece si devono accontentare di un misero 8,4, il 2,3 per cento in meno rispetto al 2009, e di 63 seggi.

Subito dopo il voto il leader del partito e capogruppo in Parlamento e candidato di punta dei Grünen, Jürgen Trittin, ha ripetuto quanto aveva già detto in campagna elettorale e cioè che il suo partito è pronto a parlare con tutti tranne che con la AfD. “Abbiamo perso e ora dobbiamo analizzare il perché. Contro di noi si sono mossi i poteri forti” ha commentato Trittin.

Alcuni leader al capolinea politico

A meno che non nasca una coalizione di governo nero-verde, Cdu-Csu-Grünen, ipotesi tuttavia improbabile, la vecchia guardia dei Verdi tedeschi, Trittin, Renate Künast, Claudia Roth potrebbe essere giunta al capolinea politico. Nel partito intanto infuria già la discussione sulle responsabilità personali, lo scontro tra destra e sinistra, il dibattito sul suo posizionamento futuro.

Oggi si riunisce anche il gruppo dirigente dei liberali per una prima discussione interna sul clamoroso disastro elettorale. All’ordine del giorno le responsabilità personali, la guida del partito e i contenuti futuri. È certo che il presidente Philipp Rösler, che ha ottenuto un bruciante 2,6 per cento di voti diretti nel suo collegio Hannover-Land I e il capogruppo in Parlamento Rainer Brüderle gettino la spugna o siano costretti a farlo. Come possibile successore di Rösler viene dato Christian Lindner attualmente segretario del partito e capogruppo nel Nordreno-Westfalia.

Nuova opposizione a destra della Merkel?

Ancora presto per dirlo. Il partito euroscettico Alternative für Deutschland con il suo 4,8 per cento manca di poco l’ingresso in Parlamento e tuttavia riscuote un risultato soddisfacente che fa ben sperare per le prossime elezioni europee. L’analisi dei flussi elettorali ci dice che AfD ha raccolto un buon numero di voti sia a destra sia a sinistra, 440 mila dalla Fdp, 360 mila dalla Linke e 300 mila da Cdu-Csu. Per Bernd Lücke, uomo di punta del partito nato soltanto qualche mese fa, “AfD è la vera alternativa a tutti gli altri partiti. Il nostro è un risultato forte anche se speravamo di ottenere più del 5 per cento nonostante la forte opposizione nei nostri confronti”. Prossimo obiettivo dicono i dirigenti della Afd l’8 per cento alle elezioni europee. Se i dirigenti del partito si dimostreranno in grado di gestire la visibilità ottenuta, per AfD – anche grazie alla sconfitta dei liberali – possono aprirsi prospettive politiche inattese facendo leva sull’euroscetticismo, sulla politica fiscale e monetaria della Merkel, sulle paure dei contribuenti tedeschi e sui conservatori delusi da Cdu e Csu per i quali i due partiti non sono abbastanza conservatori.

Le prospettive dopo il trionfo della Cancelliera

Improbabile una coalizione Unione-Grünen, con i verdi ingessati sin da ora in estenuanti e distruttivi litigi interni sulle responsabilità del risultato elettorale, si fanno sempre più insistenti i boatos su una Grosse Koalition, un’alleanza di governo tra Unione e Spd.

Un’eventualità che incute timore ai socialdemocratici, memori di un’esperienza politica non entusiasmante e di sconfitte non troppo lontane per il precedente del 2009 quando governarono il Paese con la Merkel.

Quo vadis Spd?

Alla fine la Grosse Koalition si farà. La Spd non può dire di no perché non può permettersi nuove elezioni e perché dietro il velo della “palla che ora sta nel campo della Merkel” alcuni già scalpitano per le poltrone da ministro e da sottosegretario.

Ai socialdemocratici farebbero bene altri quattro anni di opposizione per ripensare a fondo gli anni del governo Schröder, per ri-pensare il suo essere socialdemocrazia, per riflettere sul perché la Spd non è più visto come il partito della giustizia sociale, per mettere in campo un’alternativa vera alla Merkel e all’Unione, per darsi un nuovo respiro strategico ed europeista altro dalle politiche fiscali e monetarie della Merkel e della Bundesbank.

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In Baviera trionfa la Csu di Horst Seehofer.

È stato un trionfo per Horst Seehofer e per la Csu. I cristiano sociali, dopo il pesante tracollo del 2008 (-17 per cento) e l’obbligo di un governo di coalizione con i liberali dell’Fdp, “riconquistano” il cuore e i cuori della Baviera, la maggioranza assoluta nel parlamento bavarese e 1 elettore su 2.2730394,1207829,highRes,Die+Gesichter+von+Horst+Seehofer+20+%2528media_708046%2529

Le proiezioni danno la Csu al 49 per cento, un crescita 5 per cento in più rispetto al “maledetto” 43 per cento del 2008, e le assegnano 101 seggi nel Maximilianeum, il parlamento della Baviera.

Una vittoria travolgente per il leader dell’Unione cristiano sociale Horst Seehofer e non giocoforza per Angela Merkel, come scrivono alcuni giornali.

Seehofer è riuscito a battere lo “spettro” del 2008, a spazzare via dal parlamento i partner di coalizione, i liberali della Fdp, sottraendogli 120.000 voti, a vincere a mani basse contro il candidato capolista della Spd Christian Ude, il popolare sindaco della capitale Monaco, a mobilitare il vecchio elettorato (anagraficamente parlando, 50 anni la media). “È una vittoria formidabile, siamo di nuovo un partito popolare (in termini numerici, ndr). È una dimostrazione di fiducia e di consenso per la nostra politica per la Baviera e per il nostro governo. L’anno 2008 è così storia” ha dichiarato a caldo Seehofer subito dopo la prima proiezione ufficiale.

La mappa del voto in Baviera. Unica isola rossa è una area di Monaco

La Spd guadagna con Ude un magro 2 per cento rispetto alle precedenti elezioni regionali fermandosi ad un altrettanto magro 20,5 per cento. I socialdemocratici devono dunque alzare bandiera bianca di fronte allo strapotere di quello che in Baviera è un partito sistema, la Csu.

Congratulandosi con il leader Csu, Ude ha ammesso di “non essere riuscito a raggiungere l’obiettivo nonostante la crescita di consensi: impedire la conquista della maggioranza assoluta alla Csu”. Esprimendo una moderata soddisfazione “contro coloro che avevano pronosticato il declino della Spd” il sindaco di Monaco ha sottolineato che il risultato del suo partito segna “un’inversione di tendenza” rispetto alle precedenti elezioni.

Soddisfatto anche il presidente del partito Sigmar Gabriel, soprattutto per la sconfitta della Fdp. “ La gente è stufa dello loro bugie e del loro lobbismo e li ha cacciati dal parlamento. La Merkel avrà di che compiacersi con Seehofer e con la tassa sulle auto” (l’allusione è alla richiesta avanzata dalla Csu di un pedaggio autostradale da far pagare agli automobilisti stranieri, ndr) ha detto Gabriel commentando il risultato del voto nella sede centrale del partito a Berlino.

Disfatta per l’Fdp che non raggiunge il quorum del 5 per cento. I liberali si fermano attorno al 3 per cento, perdono quasi il 5 per cento e dopo cinque anni di governo con i cristiano sociali escono con la coda tra le gambe dal parlamento bavarese. Un brutto segnale per le elezioni federali di domenica prossima e per quelle in Assia. E una preoccupazione in più per la cancelliera Merkel che deve fare i conti con un eventuale flop dei liberali nelle elezioni federali, con la “guerra” che essi scateneranno a partire da oggi nell’elettorato liberal-conservatore per la conquista del secondo voto (il sistema tedesco ne prevede due, l’Erststimme, il primo voto, il voto diretto ai candidati nei collegi uninominali e il Zweitstimme, il voto alla lista di partito) con l’incognita del nuovo partito anti euro Alternative für Deutschland.

L’Fdp sperava di poter contare sul bonus del governo e di poter sfruttare la scia degli incoraggianti risultati in Bassa Sassonia e nel Nordreno-Vestfalia (superiori ai trend delle precedenti elezioni regionali, alle aspettative e ai sondaggi) e invece “deve fare i conti con una pesante sconfitta”, come ha detto il presidente del partito Philipp Rösler, e con un travaso di voti (120.000) a favore dell’alleato Csu. Visibilmente contrariato, Rösler ha chiesto al suo partito di non scoraggiarsi e di mobilitarsi per gli ultimi giorni di campagna elettorale, “altrimenti se dovesse perdere la coalizione Cdu-Csu e Fdp Sigmar Gabriel (il leader Spd) potrebbe ricattare Angela Merkel per ottenere un governo Csu-Spd alle sue condizioni minacciando una coalizione Spd-Linke e Grünen (i verdi tedeschi)”.

Buono il risultato dei Freie Wähler (Liberi elettori), una formazione politica che fa della partecipazione popolare e dei referendum la propria bandiera politica e che è riuscita a imporre alla Csu – con la minaccia di un referendum – la cancellazione delle tasse universitarie. Pur perdendo l’1,7 per cento rispetto al 2008 i Freie Wähler ottengono l’8,5 per cento e si contendono un testa a testa con i Grünen.

Toni combattivi e facce deluse in casa verde per quell’8,5 per cento che preclude al partito un risultato a due cifre e non fa dormire sonni tranquilli a Jürgen Trittin e Katrin Göring-Eckardt, i due capolista alle elezioni federali. I dirigenti dei Grünen provano a dare una scossa ai militanti e a mobilitare l’elettorato cercando di spazzar via l’immagine affibbiatagli dai media, dagli avversari e da taluni commentatori politici di essere il partito delle tasse. “Ora dobbiamo batterci per ogni singolo voto. In gioco c’è il ritorno all’atomo o la svolta energetica, la nostra politica fiscale che non significa più tasse ma meno tasse per i contribuenti, più investimenti nella formazione e per l’assistenza ai bambini” ha spiegato Katrin Göring-Eckardt.

Confermate le attese per il partito di sinistra Die Linke e per i Piraten i quali ottengono rispettivamente il 2,1 e 1,9 per cento e restano fuori dal parlamento bavarese.

In crescita l’affluenza alle urne, dal 57,9 per cento del 2008 al 64,5 per cento del 2013.

di Massimo Demontis

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Si è dimesso il Presidente tedesco Christian Wulff. Una debacle per la Merkel?

Christian Wulff ha annunciato oggi le sue dimissioni da Presidente della Repubblica Federale Tedesca con un comunicato letto alle 11 nella sua residenza del castello Bellevue a Berlino. Il comunicato è durato quattro minuti esatti, poi Wulff ha abbandonato la sala insieme alla moglie Bettina. 

Travolto negli ultimi due mesi da una serie di scandali che hanno intaccato sia il personaggio politico sia l’istituzione, alla fine Wulff ha dovuto cedere alle pressioni politiche e soprattutto a quelle dell’opinione pubblica.

È la seconda volta che un Presidente della Repubblica si dimette. Meno di due anni fa si era dimesso Horst Koehler, ed era la prima volta nella storia della Repubblica Federale. Per ragioni del tutto opposte. Koehler si era dimesso lamentando “mancanza di rispetto verso l’istituzione” dopo una sua discussa dichiarazione sulla missione dell’esercito tedesco in Afghanistan.

Wulff si dimette perché coinvolto in alcuni scandali che ne hanno distrutto, giorno dopo giorno l’immagine di bravo ragazzo della politica e hanno intaccato nell’immaginario dell’opinione pubblica la credibilità sia del Presidente sia dell’istituzione.

E questo non era più accettabile per gran parte dei tedeschi. La necessaria fiducia, richiesta per esperire un incarico così delicato, di alta rappresentanza dello Stato tedesco, era  a tal punto venuta a mancare che nei sondaggi la popolarità del presidente era crollata.

“Ho esercitato volentieri l’incarico” ha dichiarato Wulff mettendo l’accento proprio sulla fiducia assoluta che richiede la carica dinanzi al popolo. “Gli eventi dei giorni e delle scorse settimane hanno mostrato l’inesistenza di questa fiducia per cui il mio ambito operativo risulta danneggiato” ha proseguito Wulff, concludendo di “ aver fatto errori, ma di essersi comportato in modo giuridicamente corretto nell’espletare i suoi incarichi”.

Wulff si è detto certo di essere completamente scagionato dalle accuse di aver commesso alcuni illeciti nell’esercizio delle sue funzioni, comprese quelle risalenti ai tempi in cui era governatore della Bassa Sassonia.

L’avvenimento che ha accelerato le dimissioni di Wulff è stata ieri la decisione della procura di Hannover di chiedere al presidente del Bundestag, il parlamento tedesco, l’annullamento dell’immunità per il Presidente della Repubblica. Ora spetta al parlamento decidere se accogliere o meno la richiesta.

Dopo le dimissioni di Wulff, le funzioni d’ufficio del Presidente saranno esercitate – ad interim- dal governatore della Baviera il cristiano sociale (CSU) Horst Seehofer.

La Merkel, che sino all’ultimo si era schierata apertamente a sostegno di Wulff, ha dichiarato di avere accolto le sue dimissioni “con grande rispetto e profondo rammarico”. Ma ora ha un problema personale e di coalizione. Era stata la cancelliera a imporre Horst Koehler come candidato di maggioranza senza coinvolgere le opposizioni. Atto di forza ripetutosi poi con l’imposizione di Wulff, voluto a tutti i costi dalla Merkel per liberarsi di un concorrente interno scomodo. Non è comunque detto che la vicenda Wulff si tramuti in un problema di immagine per la Merkel, ma sarà difficile che possa di nuovo manovrare candidature a proprio piacimento per motivi di politica interna e di equilibri dettati da esigenze esclusivamente personali.

È presto per capire quali scenari si apriranno nelle prossime settimane. La cancelliera ha fatto sapere di voler cercare un candidato comune insieme all’opposizione. Dichiarazione che non è piaciuta al partner di governo, i liberali dell’FDP, alle prese con un calo verticale dei consensi e del peso politico in seno al governo.

Già questa per questa sera è previsto un vertice di maggioranza al quale prenderanno parte la Merkel, il vice cancelliere e segretario dei liberali Philipp Roesler e il leader CSU Seehofer. Il vertice proseguirà domani allargato ai capigruppo della coalizione di governo.

Nonostante alcuni appelli diretti a evitare la girandola di nomi e una procedura da “casting show” e le richieste di coinvolgimento di tutti i partiti, circolano già i nomi di possibili papabili. Tra questi Joachim Gauck, schierato due anni fa da SPD e Grünen contro Wulff, i ministri Wolfgang  Schaeuble, Thomas de Maizière, Ursula von der Leyen e il presidente del Bundestag Norbert Lammert, tra tutti quello che forse sarebbe il più gradito anche ai partiti di opposizione.  Un nome molto gradito all’opinione pubblica sarebbe quello di Margot Kaessmann, vescova protestante ex presidente del Consiglio dei Vescovi della chiesa evangelica tedesca.

di Massimo Demontis

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Fleischhauer e Sallusti giocano nello stesso team

Si è scritto molto, e se ne sono dette troppe, sull’articolo del columnist Jan Fleischhauer nella versione online del settimanale politico tedesco Der Spiegel. Si è parlato di articolo razzista e anti italiano e di aggressione all’Italia, giudizi in parte comprensibili tenendo presente che la provocazione è stata sopra le righe.

Ma ben più grave è stato il ragionamento del direttore del Giornale Alessandro Sallusti, che per rispondere per le rime “ai tedeschi”, non a Fleischhauer, ha evocato in modo raccapricciante Auschwitz, l’Olocausto e Hitler.

E dire che di razzismo in Italia, sia tra italiani sia contro extracomunitari, rom, ce né in abbondanza. Si fa in fretta a dimenticare la purezza padana (leghista) contro il brutto, la puzza, l’indolenza, la furfanteria del terrone, degli zingari, dei diversi. Ci siamo già scordati di quello che è successo a Firenze poco tempo fa, quando un folle che credeva nella purezza della razza – la nostra – ha ammazzato alcuni giovani neri? E il razzismo dei terroni contro i polentoni?

Senza scomodare razze, etnie e stereotipi, non critichiamo noi stessi, noi italiani, quotidianamente, nelle case, negli uffici, nelle piazze vere e virtuali -facebook trabocca di post del genere- alcune nostre “tipicità”? Diciamolo, Hand aufs Herz, ci fa incazzare e ci fa schifo quando qualcuno ci passa davanti mentre stiamo facendo la fila al supermarket, alla posta, in banca. Ci viene il voltastomaco quando al semaforo si accende l’avanti, ma attraversando la strada rischiamo di essere travolti da auto e scooter perché pochi ne rispettano il codice, o quando vediamo buttare per terra carta, bottiglie, lattine, plastica, cicche di sigaretta, lasciate anche in spiaggia. O, ancora, quando per strada un’auto si ferma davanti alla nostra perché il conducente deve chiacchierare con un amico e noi lì ad aspettare che queste persone facciano il loro comodo nel bel mezzo del traffico. E ci da molto fastidio, diciamola tutta, anche il nostro urlare, il nostro gesticolare eccessivo, il nostro modo stupido di giudicare gli altri da come si vestono.  Sei griffato? No. Allora sei out e non sei degno di considerazione.

Salvo poi fare le stesse cose e vantarcene. Prima di tutto, di tutti, vengo io e il mio clan, poi le leggi, le regole, la comunità, la res pubblica, lo stato. Autoaccusa, autocalunnia? Fustigatori dei nostri “mali” ce ne sono stati tanti e anche molto bravi, si pensi a Giorgio Bocca. Ricordarselo ogni tanto non fa male.

Come giustamente ha scritto il quotidiano online di Amburgo Zeit, Fleischhauer e Sallusti “giocano nello stesso team”.  Per lo stesso obiettivo: rafforzare i malpancisti dell’euro e diffondere sentimenti antieuropeisti. E allora ecco che gli articoli alla Fleischhauer tornano utili perché fanno leva sull’ignoranza. Fleischhauer parla di camicia di forza dell’euro e di costrutto nato difettoso perché “non tiene conto delle differenze culturali tra paesi e del diverso modo che essi hanno di intendere l’economia ”, che è come dire: l’euro non doveva affatto nascere. E trova una sponda, più per ragioni politiche che patrie, nel Giornale di Berlusconi, per il quale (Berlusconi) Sallusti, solleticando ignoranza (si vedano i tanti post sui social network), miopia e mal di pancia antigovernativo (o se si vuole anti governo Monti), fa da cassa di risonanza.  Perché in fondo l’obiettivo numero uno è tenere il governo sulla graticola, compattare il traballante fronte berlusconiano contro un “nemico”: i tedeschi e l’euro, e diffondere populismo a piene mani individuando nella Germania la sola responsabile dei mali altrui.

di Massimo Demontis

Di seguito una mia traduzione dell’articolo di Jan Fleischhauer

Titolo: Fuga italiana del conducente

Sottotitolo: Il carattere nazionale è un’invenzione di ieri, lo si impara già a scuola, gli stereotipi sulle nazioni sarebbero inutili. Ma è davvero così? Pensieri antiquati in occasione dell’odissea di un capitano italiano.

Siate onesti: ha sorpreso qualcuno che lo sciagurato capitano della Costa Concordia sia un italiano? È possibile immaginare che una tale manovra, compresa la successiva fuga, sarebbe successa anche a un tedesco, o per meglio dire, a un comandante britannico?

Conosciamo questo „tipo“ (di soggetto, ndr) dalle vacanze al mare: un uomo che gesticola tanto e lascia parlare le dita (qui è inteso il nostro parlare per gesti, ndr). In sostanza innocuo, tuttavia non si dovrebbe farlo avvicinare troppo a un attrezzo pesante, come dimostrato. Lo sport nazionale italiano si chiama “fare bella figura” e l’obiettivo è impressionare gli altri. Anche Francesco Schettino voleva fare una bella figura, purtroppo c’era una roccia di mezzo.

Okay, questo è molto scorretto. Abbiamo perso da tempo l’abitudine di scomodare stereotipi culturali nel giudicare i nostri vicini. Ciò sarebbe ignorante, o, peggio ancora, razzista (anche se, per rimanere nel quadro, non è del tutto chiaro in che misura l’italiana sia di per sé una razza).

Con il carattere nazionale ci si comporta così come con la differenza di genere. Di fatto abolita da tempo, ma nella vita quotidiana ci imbattiamo ancora continuamente in essa. Basta aver trascorso solo un pomeriggio all’asilo per dubitare di tutto quello che la pedagogia illuminata ci insegna sul genere come costrutto sociale. Effettivamente, sulla differenza tra Marte e Venere e su come cavarsela al meglio, prospera tutta un’industria ombra. Un riscontro di questi insegnamenti è la guida (turistica, ndr), che ci introduce nelle peculiarità e con ciò nella tipologia di culture straniere.

Soprattutto i tedeschi hanno un problema con attribuzioni culturali. Gli inglesi, ad esempio, ci considerano a tutt’oggi non particolarmente dotati di senso dell’umorismo – nonostante gli annosi sforzi di giganti della comicità come Mario Barth (comico tedesco, forse l’autore ironizza chiamandolo “gigante”, ndr) o, attenzione, come il cabarettista Hagen Rether. I francesi invece prendono in giro la cucina britannica e i belgi la presunta avarizia degli olandesi.

Conosciamo il carattere di un popolo solo nella sua variante negativa, come auto accusa (ma significa anche autocalunnia, ndr). Appena alcuni giovani (o ragazzini, ndr), da qualche parte, gridano slogan stupidi, subito compare sulla stampa lo studioso di conflitti Wilhelm Heitmeyer e spiega perché la pace sociale è minacciata (“situazione esplosiva”) con una ricaduta imminente.

In qualche modo si annida in noi sino a oggi, dal punto di vista mediatico, l’unno, il quale attende soltanto di colpire di nuovo, cosa che stranamente funziona sempre.

Non c’è bisogno di ricorrere alla genetica per giungere alla conclusione che le nazioni si differenziano. Per ragioni climatiche e perché anche la lingua gioca un ruolo. Normalmente questo non è rilevante, tuttavia non si dovrebbe fondare la politica sull’assunto che i confini hanno ancora la loro importanza solo in senso figurato. Cosa può accadere se per ragioni politiche si ignora la psicologia dei popoli lo mostra la crisi monetaria, dimenticata in questi giorni (letteralmente: sparita in questi giorni dai nostri occhi, ndr) perché l’uomo nel castello (lo Schloss Bellevue, residenza ufficiale del presidente) attira tutta l’attenzione a sé (l’autore qui parla dello scandalo nel quale è coinvolto il Presidente della Repubblica Federale Tedesca Christian Wulff e che tiene banco ormai da settimane, ndr). La roccia davanti alla nave qui è il tasso d’interesse del mercato (Wulff è accusato di avere preso un prestito da privati a un tasso d’interesse dimezzato rispetto a quello che otterrebbe dalle banche un semplice cittadino. Il suo risparmio viene calcolato in circa 80.000 EUR, ndr).

Se adesso si parla dappertutto della differenza di efficienza (ma anche produttività, performance in generale, ndr) tra paesi, allora questo è un modo ripulito per dire che certi stereotipi hanno sì un loro fondamento. Il difetto di nascita dell’euro è stato quello di rinchiudere nella camicia di forza della moneta comune culture molto diverse di intendere l’economia.

Per riconoscere che questo non poteva funzionare non era necessario aver studiato economia, sarebbe bastata una visita a Napoli o nel Peloponneso. Ora si sta cercando disperatamente una soluzione. La risposta della cancelliera è: tutti devono diventare come noi (qui è intesa la posizione portata avanti dalla Germania: rigore e risanamento dei conti pubblici, risparmio, ndr); vedremo fin dove arriverà.

Le nazioni possono cambiare, è in ciò sta la consolazione. Gli italiani 2000 anni fa hanno comandato su un impero che si estendeva dall’Inghilterra sino all’Africa. I tedeschi intanto hanno difficoltà, a causa della troppa neve e del ghiaccio, a far funzionare il trasporto ferroviario. Talvolta ci vuole molto tempo per logorare alcuni stereotipi. A volte occorrono alcune generazioni.

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