La politica economica della Germania è incompatibile con un’unione monetaria

In un articolo pubblicato ieri su Eurointelligence, un servizio di analisi e commenti online sull’area euro, il direttore della divisione Globalizzazione e Strategie di sviluppo dell’UNCTAD (United Nations Conference ON TRADE AND DEVELOPMENT) Heiner Flassbeck  ha scritto che la realtà dell’Unione monetaria europea, dodici anni dopo la sua nascita, “ci racconta una storia diversa, essendo in acque agitate. E il capitano Merkozy sta manovrando la nave verso scogli pericolosi che potrebbero segnare la fine di un lungo e pacifico viaggio di una regione in passato lacerata dalla guerra”.

Ma cos’è la realtà diversa, oggi, dell’Unione monetaria europea? E cosa ha portato l’Unione europea in acque così agitate tanto da essere vicina alla fine di questo viaggio?

Secondo Flassbeck i leader europei un tempo credevano in un approccio graduale all’integrazione europea, step-by-step. Ogni singolo passo avrebbe avvicinato l’Europa all’obiettivo di un’unione di stati strettamente legati, ma ancora indipendenti. Stati disposti a rinunciare progressivamente alla propria indipendenza in cambio dei vantaggi della pace, di una forza globale dovuta alla cooperazione politica e di una forza economica come risultato di un grande mercato comune.

Come conseguenza di questo approccio graduale, “la creazione di un’unione monetaria fu uno di quei passi – consecutivi e ineludibili- sulla via di una forte cooperazione politica e per estendere il mercato comune con indiscutibili vantaggi per tutti i cittadini europei”, scrive Flassbeck.

E aggiunge: “è stato detto molto sulla follia degli stati nel tagliare la spesa pubblica, aumentare le tasse e mettere i salari sotto pressione nel bel mezzo di una delle più grandi recessioni della storia recente. Tuttavia, nonostante le nette critiche all’approccio Merkozy, raramente si è discusso della politica economica della Germania considerata da molti come <il modello> per il resto dell’Unione”.

Qui il giudizio del direttore della divisione Globalizzazione e Strategie di sviluppo dell’UNCTAD nei confronti della Germania si fa durissimo: “questo è l’errore più grande e la ragione reale per cui l’Europa si sta suicidando economicamente invece di affrontare il suo problema alle origini”.

“Dalla fine di Bretton Woods, prosegue Flassbeck, la politica economica della Germania si è basata su due pilastri: competizione tra nazioni e monetarismo. Entrambi sono incompatibili con un’unione monetaria”.  

Un’unione monetaria è in sostanza una unione di paesi disposti ad armonizzare i propri tassi di inflazione e a sacrificare le politiche monetarie nazionali, dice Flassbeck. Ma la Germania, che combatte per l’aumento delle proprie quote di mercato nei mercati internazionali, “tenta di ottenere l’opposto”.

Come si legge, un giudizio sferzante e un’analisi impietosa che lascia pochi spazi di discussione anche a chi sostiene che la Germania non può e non deve – per diverse ragioni – calarsi i pantaloni e piegarsi alle richieste degli Stati incapaci di gestire il debito sovrano e la propria macchina amministrativa e mettere sotto controllo evasione ed elusione fiscale e criminalità organizzata.

“Un’unione monetaria costituita da paesi già fortemente integrati diventa a sua volta un’economia ancor più integrata e dunque necessita di strumenti di politica interna come una politica monetaria che stimoli un periodo di crescita”.  Ma il monetarismo della Germania vuole l’inverso, “l’assenza di ogni azione discrezionale delle banche centrali e poggia esclusivamente sulla flessibilità dei prezzi, dei salari in particolare”.

Su queste basi la storia del fallimento dell’Unione monetaria è presto detta, prosegue Flassbeck. Sin dall’inizio dell’unione monetaria i politici tedeschi misero sotto pressione i sindacati (si pensi all’era del governo Schroeder, ndr) per indurli a conseguire un aumento del costo del lavoro e dei prezzi inferiori a quello di altri paesi.

Si potrebbe obiettare: ma se la Germania ha un costo del lavoro e salari tra i più alti d’Europa? Chi conosce la realtà politica, industriale e salariale tedesca sa che negli ultimi 10 anni in Germania è accaduto esattamente quello che descrive Flassbeck. Con delle differenze sensibili tra i Laender, ma questa descrizione corrisponde a verità. Potremmo fare numerosi esempi di costi e salari livellati verso il basso in maniera “violenta”. Ne sia testimonianza, pur con accenti diversi, l’annoso dibattito sul salario minimo orario (il Mindestlohn), cavallo di battaglia, in questo caso paradossalmente se si tiene presente la valutazione di Flassbeck, del sindacato e della sinistra Die Linke e – in parte – dei socialdemocratici della SPD sino a coinvolgere ultimamente persino i cristiano democratici della CDU sino a poco tempo fa solidamente assestati su un netto no anche forse dietro “ricatto” del partner di governo, i liberali della FDP.

Da quando gli stati membri non possono più svalutare la propria moneta per ragioni di competitività, come avevano fatto in precedenza, “si è creato un gap enorme di competitività a favore della Germania che ha accumulato in dieci anni, anno dopo anno come risultato delle misure adottate (crescita contenuta del costo del lavoro e dei prezzi, ndr), un grande surplus di bilancio, mentre il sud dell’Europa e la Francia hanno accumulato deficit complementare”.

La parte finale dell’analisi di Flassbeck è un j’accuse dai toni forti e mai letti prima nei confronti della Germania, della politica del duo Merkozy, ma anche delle classi politiche dirigenti europee.

“Le economie sud-europee stanno perdendo costantemente quote di mercato senza essere capaci di <vendicare> l’attacco della Germania”, afferma l’autore nel suo articolo intitolato A German end to the Euro vision. Esse avrebbero bisogno di alcuni anni di regressione salariale per tornare sui mercati. Ma salari bassi significano caduta della domanda interna e recessione, specialmente in paesi come l’Italia e la Spagna con quote basse di export pari al 25 per cento del prodotto interno lordo.

Persino un tour de force politico sarebbe vano sino a quando la dottrina politico economica della Germania blocca misure di corto e medio termine perché gli altri stati non saranno in grado di ridurre il deficit. Flassbeck propone come prima misura un intervento diretto della BCE per ridurre il rendimento dei bond e suggerisce l’emissione di eurobonds per un’arco di tempo sino a quando non sia stata ristabilita la competitività dei paesi indebitati.

“Non c’è soluzione all’attuale crisi dell’Eurozona, conclude pessimisticamente Flassbeck, sino a quando nessuno sfiderà effettivamente la fermezza della strategia politico economica della Germania con una logica di un’unione monetaria”.

La nave del capitano Merkozy, scrive Flassbeck, usando una metafora in questi giorni drammatica se pensiamo all’affondamento della Costa Concordia, si avvicina velocemente agli scogli.

di Massimo Demontis
fonte: http://www.eurointelligence.com

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One Response to La politica economica della Germania è incompatibile con un’unione monetaria

  1. Di merci di scarsa qualità a prezzo bassissimo ormai è pieno il mondo e la Cina non ha rivali. L’unica strada per salvare le economie nazionali è produrre prodotti di qualità a prezzi moderati, con una valuta non troppo forte che consenta le esportazioni: lo sta facendo la Germania grazie anche all’abbandono del super marco. La Svizzera, con il super franco, avrà sempre più problemi ad esportare qualcosa che non siano orologi di lusso, mentre l’Europa mantiene delle buone chances. Gli stati europei più deboli non tengono il passo per carenze organizzative, sprechi, mafie, corruzione, manager e governi incapaci, investiventi faraonici, onerosi e distruttivi, eccetera. Oltretutto, in Paesi del genere, fra cui l’Italia, nessuno è invogliato a investire per altri numerosi motivi. È sempre facile dare la colpa (egemonia) a chi se la cava meglio: meglio prendere esempio, imparare, compiere delle scelte che siano una svolta. In Italia ce n’è più che mai bisogno e il governo Monti non porta assolutamente a nulla!

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