Fleischhauer e Sallusti giocano nello stesso team

Si è scritto molto, e se ne sono dette troppe, sull’articolo del columnist Jan Fleischhauer nella versione online del settimanale politico tedesco Der Spiegel. Si è parlato di articolo razzista e anti italiano e di aggressione all’Italia, giudizi in parte comprensibili tenendo presente che la provocazione è stata sopra le righe.

Ma ben più grave è stato il ragionamento del direttore del Giornale Alessandro Sallusti, che per rispondere per le rime “ai tedeschi”, non a Fleischhauer, ha evocato in modo raccapricciante Auschwitz, l’Olocausto e Hitler.

E dire che di razzismo in Italia, sia tra italiani sia contro extracomunitari, rom, ce né in abbondanza. Si fa in fretta a dimenticare la purezza padana (leghista) contro il brutto, la puzza, l’indolenza, la furfanteria del terrone, degli zingari, dei diversi. Ci siamo già scordati di quello che è successo a Firenze poco tempo fa, quando un folle che credeva nella purezza della razza – la nostra – ha ammazzato alcuni giovani neri? E il razzismo dei terroni contro i polentoni?

Senza scomodare razze, etnie e stereotipi, non critichiamo noi stessi, noi italiani, quotidianamente, nelle case, negli uffici, nelle piazze vere e virtuali -facebook trabocca di post del genere- alcune nostre “tipicità”? Diciamolo, Hand aufs Herz, ci fa incazzare e ci fa schifo quando qualcuno ci passa davanti mentre stiamo facendo la fila al supermarket, alla posta, in banca. Ci viene il voltastomaco quando al semaforo si accende l’avanti, ma attraversando la strada rischiamo di essere travolti da auto e scooter perché pochi ne rispettano il codice, o quando vediamo buttare per terra carta, bottiglie, lattine, plastica, cicche di sigaretta, lasciate anche in spiaggia. O, ancora, quando per strada un’auto si ferma davanti alla nostra perché il conducente deve chiacchierare con un amico e noi lì ad aspettare che queste persone facciano il loro comodo nel bel mezzo del traffico. E ci da molto fastidio, diciamola tutta, anche il nostro urlare, il nostro gesticolare eccessivo, il nostro modo stupido di giudicare gli altri da come si vestono.  Sei griffato? No. Allora sei out e non sei degno di considerazione.

Salvo poi fare le stesse cose e vantarcene. Prima di tutto, di tutti, vengo io e il mio clan, poi le leggi, le regole, la comunità, la res pubblica, lo stato. Autoaccusa, autocalunnia? Fustigatori dei nostri “mali” ce ne sono stati tanti e anche molto bravi, si pensi a Giorgio Bocca. Ricordarselo ogni tanto non fa male.

Come giustamente ha scritto il quotidiano online di Amburgo Zeit, Fleischhauer e Sallusti “giocano nello stesso team”.  Per lo stesso obiettivo: rafforzare i malpancisti dell’euro e diffondere sentimenti antieuropeisti. E allora ecco che gli articoli alla Fleischhauer tornano utili perché fanno leva sull’ignoranza. Fleischhauer parla di camicia di forza dell’euro e di costrutto nato difettoso perché “non tiene conto delle differenze culturali tra paesi e del diverso modo che essi hanno di intendere l’economia ”, che è come dire: l’euro non doveva affatto nascere. E trova una sponda, più per ragioni politiche che patrie, nel Giornale di Berlusconi, per il quale (Berlusconi) Sallusti, solleticando ignoranza (si vedano i tanti post sui social network), miopia e mal di pancia antigovernativo (o se si vuole anti governo Monti), fa da cassa di risonanza.  Perché in fondo l’obiettivo numero uno è tenere il governo sulla graticola, compattare il traballante fronte berlusconiano contro un “nemico”: i tedeschi e l’euro, e diffondere populismo a piene mani individuando nella Germania la sola responsabile dei mali altrui.

di Massimo Demontis

Di seguito una mia traduzione dell’articolo di Jan Fleischhauer

Titolo: Fuga italiana del conducente

Sottotitolo: Il carattere nazionale è un’invenzione di ieri, lo si impara già a scuola, gli stereotipi sulle nazioni sarebbero inutili. Ma è davvero così? Pensieri antiquati in occasione dell’odissea di un capitano italiano.

Siate onesti: ha sorpreso qualcuno che lo sciagurato capitano della Costa Concordia sia un italiano? È possibile immaginare che una tale manovra, compresa la successiva fuga, sarebbe successa anche a un tedesco, o per meglio dire, a un comandante britannico?

Conosciamo questo „tipo“ (di soggetto, ndr) dalle vacanze al mare: un uomo che gesticola tanto e lascia parlare le dita (qui è inteso il nostro parlare per gesti, ndr). In sostanza innocuo, tuttavia non si dovrebbe farlo avvicinare troppo a un attrezzo pesante, come dimostrato. Lo sport nazionale italiano si chiama “fare bella figura” e l’obiettivo è impressionare gli altri. Anche Francesco Schettino voleva fare una bella figura, purtroppo c’era una roccia di mezzo.

Okay, questo è molto scorretto. Abbiamo perso da tempo l’abitudine di scomodare stereotipi culturali nel giudicare i nostri vicini. Ciò sarebbe ignorante, o, peggio ancora, razzista (anche se, per rimanere nel quadro, non è del tutto chiaro in che misura l’italiana sia di per sé una razza).

Con il carattere nazionale ci si comporta così come con la differenza di genere. Di fatto abolita da tempo, ma nella vita quotidiana ci imbattiamo ancora continuamente in essa. Basta aver trascorso solo un pomeriggio all’asilo per dubitare di tutto quello che la pedagogia illuminata ci insegna sul genere come costrutto sociale. Effettivamente, sulla differenza tra Marte e Venere e su come cavarsela al meglio, prospera tutta un’industria ombra. Un riscontro di questi insegnamenti è la guida (turistica, ndr), che ci introduce nelle peculiarità e con ciò nella tipologia di culture straniere.

Soprattutto i tedeschi hanno un problema con attribuzioni culturali. Gli inglesi, ad esempio, ci considerano a tutt’oggi non particolarmente dotati di senso dell’umorismo – nonostante gli annosi sforzi di giganti della comicità come Mario Barth (comico tedesco, forse l’autore ironizza chiamandolo “gigante”, ndr) o, attenzione, come il cabarettista Hagen Rether. I francesi invece prendono in giro la cucina britannica e i belgi la presunta avarizia degli olandesi.

Conosciamo il carattere di un popolo solo nella sua variante negativa, come auto accusa (ma significa anche autocalunnia, ndr). Appena alcuni giovani (o ragazzini, ndr), da qualche parte, gridano slogan stupidi, subito compare sulla stampa lo studioso di conflitti Wilhelm Heitmeyer e spiega perché la pace sociale è minacciata (“situazione esplosiva”) con una ricaduta imminente.

In qualche modo si annida in noi sino a oggi, dal punto di vista mediatico, l’unno, il quale attende soltanto di colpire di nuovo, cosa che stranamente funziona sempre.

Non c’è bisogno di ricorrere alla genetica per giungere alla conclusione che le nazioni si differenziano. Per ragioni climatiche e perché anche la lingua gioca un ruolo. Normalmente questo non è rilevante, tuttavia non si dovrebbe fondare la politica sull’assunto che i confini hanno ancora la loro importanza solo in senso figurato. Cosa può accadere se per ragioni politiche si ignora la psicologia dei popoli lo mostra la crisi monetaria, dimenticata in questi giorni (letteralmente: sparita in questi giorni dai nostri occhi, ndr) perché l’uomo nel castello (lo Schloss Bellevue, residenza ufficiale del presidente) attira tutta l’attenzione a sé (l’autore qui parla dello scandalo nel quale è coinvolto il Presidente della Repubblica Federale Tedesca Christian Wulff e che tiene banco ormai da settimane, ndr). La roccia davanti alla nave qui è il tasso d’interesse del mercato (Wulff è accusato di avere preso un prestito da privati a un tasso d’interesse dimezzato rispetto a quello che otterrebbe dalle banche un semplice cittadino. Il suo risparmio viene calcolato in circa 80.000 EUR, ndr).

Se adesso si parla dappertutto della differenza di efficienza (ma anche produttività, performance in generale, ndr) tra paesi, allora questo è un modo ripulito per dire che certi stereotipi hanno sì un loro fondamento. Il difetto di nascita dell’euro è stato quello di rinchiudere nella camicia di forza della moneta comune culture molto diverse di intendere l’economia.

Per riconoscere che questo non poteva funzionare non era necessario aver studiato economia, sarebbe bastata una visita a Napoli o nel Peloponneso. Ora si sta cercando disperatamente una soluzione. La risposta della cancelliera è: tutti devono diventare come noi (qui è intesa la posizione portata avanti dalla Germania: rigore e risanamento dei conti pubblici, risparmio, ndr); vedremo fin dove arriverà.

Le nazioni possono cambiare, è in ciò sta la consolazione. Gli italiani 2000 anni fa hanno comandato su un impero che si estendeva dall’Inghilterra sino all’Africa. I tedeschi intanto hanno difficoltà, a causa della troppa neve e del ghiaccio, a far funzionare il trasporto ferroviario. Talvolta ci vuole molto tempo per logorare alcuni stereotipi. A volte occorrono alcune generazioni.

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One Response to Fleischhauer e Sallusti giocano nello stesso team

  1. Ottimo articolo, Massimo, condivido in pieno.
    Resta il fatto, però, che quel comandante è un incompetente assoluto (con le strumentazioni disponibili oggi è praticamente impossibile finire sugli scogli) e se l’Italia è in queste condizioni, è perché è sempre stata piena di incompetenti assoluti come quel comandante, a livello di manager e di governo. È semplice: in Italia non si viene assunti né si fa carriera per le proprie competenze.

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