La politica economica della Germania è incompatibile con un’unione monetaria

In un articolo pubblicato ieri su Eurointelligence, un servizio di analisi e commenti online sull’area euro, il direttore della divisione Globalizzazione e Strategie di sviluppo dell’UNCTAD (United Nations Conference ON TRADE AND DEVELOPMENT) Heiner Flassbeck  ha scritto che la realtà dell’Unione monetaria europea, dodici anni dopo la sua nascita, “ci racconta una storia diversa, essendo in acque agitate. E il capitano Merkozy sta manovrando la nave verso scogli pericolosi che potrebbero segnare la fine di un lungo e pacifico viaggio di una regione in passato lacerata dalla guerra”.

Ma cos’è la realtà diversa, oggi, dell’Unione monetaria europea? E cosa ha portato l’Unione europea in acque così agitate tanto da essere vicina alla fine di questo viaggio?

Secondo Flassbeck i leader europei un tempo credevano in un approccio graduale all’integrazione europea, step-by-step. Ogni singolo passo avrebbe avvicinato l’Europa all’obiettivo di un’unione di stati strettamente legati, ma ancora indipendenti. Stati disposti a rinunciare progressivamente alla propria indipendenza in cambio dei vantaggi della pace, di una forza globale dovuta alla cooperazione politica e di una forza economica come risultato di un grande mercato comune.

Come conseguenza di questo approccio graduale, “la creazione di un’unione monetaria fu uno di quei passi – consecutivi e ineludibili- sulla via di una forte cooperazione politica e per estendere il mercato comune con indiscutibili vantaggi per tutti i cittadini europei”, scrive Flassbeck.

E aggiunge: “è stato detto molto sulla follia degli stati nel tagliare la spesa pubblica, aumentare le tasse e mettere i salari sotto pressione nel bel mezzo di una delle più grandi recessioni della storia recente. Tuttavia, nonostante le nette critiche all’approccio Merkozy, raramente si è discusso della politica economica della Germania considerata da molti come <il modello> per il resto dell’Unione”.

Qui il giudizio del direttore della divisione Globalizzazione e Strategie di sviluppo dell’UNCTAD nei confronti della Germania si fa durissimo: “questo è l’errore più grande e la ragione reale per cui l’Europa si sta suicidando economicamente invece di affrontare il suo problema alle origini”.

“Dalla fine di Bretton Woods, prosegue Flassbeck, la politica economica della Germania si è basata su due pilastri: competizione tra nazioni e monetarismo. Entrambi sono incompatibili con un’unione monetaria”.  

Un’unione monetaria è in sostanza una unione di paesi disposti ad armonizzare i propri tassi di inflazione e a sacrificare le politiche monetarie nazionali, dice Flassbeck. Ma la Germania, che combatte per l’aumento delle proprie quote di mercato nei mercati internazionali, “tenta di ottenere l’opposto”.

Come si legge, un giudizio sferzante e un’analisi impietosa che lascia pochi spazi di discussione anche a chi sostiene che la Germania non può e non deve – per diverse ragioni – calarsi i pantaloni e piegarsi alle richieste degli Stati incapaci di gestire il debito sovrano e la propria macchina amministrativa e mettere sotto controllo evasione ed elusione fiscale e criminalità organizzata.

“Un’unione monetaria costituita da paesi già fortemente integrati diventa a sua volta un’economia ancor più integrata e dunque necessita di strumenti di politica interna come una politica monetaria che stimoli un periodo di crescita”.  Ma il monetarismo della Germania vuole l’inverso, “l’assenza di ogni azione discrezionale delle banche centrali e poggia esclusivamente sulla flessibilità dei prezzi, dei salari in particolare”.

Su queste basi la storia del fallimento dell’Unione monetaria è presto detta, prosegue Flassbeck. Sin dall’inizio dell’unione monetaria i politici tedeschi misero sotto pressione i sindacati (si pensi all’era del governo Schroeder, ndr) per indurli a conseguire un aumento del costo del lavoro e dei prezzi inferiori a quello di altri paesi.

Si potrebbe obiettare: ma se la Germania ha un costo del lavoro e salari tra i più alti d’Europa? Chi conosce la realtà politica, industriale e salariale tedesca sa che negli ultimi 10 anni in Germania è accaduto esattamente quello che descrive Flassbeck. Con delle differenze sensibili tra i Laender, ma questa descrizione corrisponde a verità. Potremmo fare numerosi esempi di costi e salari livellati verso il basso in maniera “violenta”. Ne sia testimonianza, pur con accenti diversi, l’annoso dibattito sul salario minimo orario (il Mindestlohn), cavallo di battaglia, in questo caso paradossalmente se si tiene presente la valutazione di Flassbeck, del sindacato e della sinistra Die Linke e – in parte – dei socialdemocratici della SPD sino a coinvolgere ultimamente persino i cristiano democratici della CDU sino a poco tempo fa solidamente assestati su un netto no anche forse dietro “ricatto” del partner di governo, i liberali della FDP.

Da quando gli stati membri non possono più svalutare la propria moneta per ragioni di competitività, come avevano fatto in precedenza, “si è creato un gap enorme di competitività a favore della Germania che ha accumulato in dieci anni, anno dopo anno come risultato delle misure adottate (crescita contenuta del costo del lavoro e dei prezzi, ndr), un grande surplus di bilancio, mentre il sud dell’Europa e la Francia hanno accumulato deficit complementare”.

La parte finale dell’analisi di Flassbeck è un j’accuse dai toni forti e mai letti prima nei confronti della Germania, della politica del duo Merkozy, ma anche delle classi politiche dirigenti europee.

“Le economie sud-europee stanno perdendo costantemente quote di mercato senza essere capaci di <vendicare> l’attacco della Germania”, afferma l’autore nel suo articolo intitolato A German end to the Euro vision. Esse avrebbero bisogno di alcuni anni di regressione salariale per tornare sui mercati. Ma salari bassi significano caduta della domanda interna e recessione, specialmente in paesi come l’Italia e la Spagna con quote basse di export pari al 25 per cento del prodotto interno lordo.

Persino un tour de force politico sarebbe vano sino a quando la dottrina politico economica della Germania blocca misure di corto e medio termine perché gli altri stati non saranno in grado di ridurre il deficit. Flassbeck propone come prima misura un intervento diretto della BCE per ridurre il rendimento dei bond e suggerisce l’emissione di eurobonds per un’arco di tempo sino a quando non sia stata ristabilita la competitività dei paesi indebitati.

“Non c’è soluzione all’attuale crisi dell’Eurozona, conclude pessimisticamente Flassbeck, sino a quando nessuno sfiderà effettivamente la fermezza della strategia politico economica della Germania con una logica di un’unione monetaria”.

La nave del capitano Merkozy, scrive Flassbeck, usando una metafora in questi giorni drammatica se pensiamo all’affondamento della Costa Concordia, si avvicina velocemente agli scogli.

di Massimo Demontis
fonte: http://www.eurointelligence.com

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Germania: l’importanza delle amicizie per trovare un impiego. Un Paese di raccomandati?

In Germania molti posti di lavoro sono occupati tramite contatti e conoscenze personali. Addirittura il 25 per cento di tutti i posti di lavoro disponibili nel 2010 sono stati assegnati tramite la cosiddetta “Vitamina B”, come è chiamata in Germania quella che da noi si chiama raccomandazione. Con le dovute differenze.

È questo il risultato di un sondaggio rappresentativo condotto dall’Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB), Istituto di ricerca sul mercato del lavoro e sulle professioni, di Norimberga, che ha intervistato 15.000 aziende.

Un altro 25 per cento circa degli impieghi offerti nel mercato del lavoro sono coperti tramite annunci pubblicati in giornali e periodici. Uno su sette con un passaggio per l’Agenzia del lavoro (Arbeitsagentur) e sempre uno su sette tramite annunci in motori di ricerca specializzati.

Secondo lo studio dell’IBA, ripreso oggi dallo Spiegel online, le agenzie private di collocamento e gli annunci pubblicati da chi cerca lavoro svolgono un ruolo prettamente secondario.

Il dato forse più interessante del sondaggio è quello che riguarda le agenzie interinali. Un dato “particolarmente deludente”, scrive lo Spiegel online, soprattutto per le tanto decantate virtù taumaturgiche di queste agenzie che sbandierano costantemente ai quattro venti i loro presunti successi di ri-collocazione nel mercato del lavoro. Con l’aggravante che un impiego trovato tramite un’agenzia interinale solo raramente si trasforma in impiego a tempo indeterminato.

Dati alla mano, solo il 2,8 per cento degli impieghi disponibili sono assegnati tramite le agenzie interinali.

Cade così il “mito” del mercato del lavoro tedesco fondato sul merito e sul curriculum vitae? Non si direbbe. Conoscenze, nel senso di know how, professionalità, livello di studio, conoscenza delle lingue ed esperienze all’estero giocano ancora un ruolo molto importante nonostante il “valore” delle amicizie e del network personali.

E, soprattutto, c’è una differenza fondamentale rispetto al mercato del lavoro italiano: la non dipendenza, o se si vuole solamente residuale, dal politico di turno.

di Massimo Demontis

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Tra Silicon Valley, start up e disoccupati

Si fa un gran parlare delle Silicon Valley sparse per il pianeta, compresa quella di Berlino. I giornali ci raccontano delle magnifiche sorti e progressive di start up dal business model a volte precario altre invece avventuristico. Sempre avveniristico. E ci raccontano di giovani e meno giovani nerds e capitani d’azienda dell’era elettronica con il fiuto costantemente in agguato alla ricerca di nuovi trend e nuove idee, tanto da proporti persino la carta igienica high-tech allo champagne reale Pol Roger pur di essere parte del nuovo hype internettiano. Che per alcuni finirà in bolla speculativa. Ma, per carità, lungi da me il voler criticare a priori volontà esplorative e voglia di fare, creare, gestire, innovare, essere indipendenti e, perché no, comandare. Anche creare nuovi posti di lavoro, per la gioia di tutti noi e delle statistiche sui livelli di disoccupazione. Così sono contenti anche il governo e l’Agenzia per il lavoro. Salvo poi scoprire che quei posti di lavoro, che comunque -attenzione – danno l’opportunità di rientrare nel mercato del lavoro dopo anni di disoccupazione e guadagnarsi il pane uscendo dalla spirale distruttiva del dolce far nulla, come dicono i paladini del “purché sia un lavoro, non importa come, quanto pagato, con quali diritti”, sono precari, con pochi e “ristretti” diritti e con retribuzioni da capogiro. Verso il basso, naturalmente.

Ma si sà, è stato scritto – anche a sinistra, i disoccupati sono fannulloni per antonomasia. Non hanno voglia di lavorare perché possono crogiolarsi sul fantastico sussidio di disoccupazione e/o assistenza sociale e godersi la Deutsche Vita riempiendo i bar e i caffè, in particolare della capitale tedesca. Ci viene da chiederci: anche i ristoranti? Così siamo più vicini al livello opinionistico dell’Unto del Signore. Ah dimenticavo, Berlino ha 60 miliardi di debiti. Una cifra colossale. Altre che manovra “lacrime e sangue” per sanare un tale buco nero. Non è comunque un buon motivo per cui i disoccupati debbano rinchiudersi in casa e non dare la loro “spinta propulsiva” e congiunturale alla domanda e spesa interna.

di Massimo Demontis

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Aumenta anche in Germania il divario tra ricchi e poveri

Secondo uno studio (Divided We Stand – Why Inequality Keeps Rising) presentato qualche giorno fa dall’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, in Germania – negli ultimi anni – è cresciuto il divario tra ricchi e poveri. Responsabile è soprattutto l’andamento delle retribuzioni.

Nonostante la sua ricchezza e la sua potenza economica, la Germania è campione mondiale nelle esportazioni, il gap tra ricchi e poveri è aumentato più che in altri paesi industrializzati.

Una conferma per chi conosce bene la Germania e l’evolversi del suo mercato del lavoro, con la crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro.

Negli ultimi dieci anni, la disparità retributiva tra coloro che guadagnano bene, i Gutverdienern, e i lavoratori a basso livello di stipendio, i Niedriglöhnern, si è allargata considerevolmente.

Nel 2008, il 10 per cento di coloro che stavano in cima alla scala dei lavoratori meglio pagati, guadagnava in media 57.300 euro, otto volte di più di quello che guadagnava il 10 per cento di coloro che stavano in fondo alla scala dei lavoratori meno pagati, con uno stipendio di 7400 euro.

Negli anni ’90 il rapporto tra gli stipendi di queste due categorie di lavoratori, afferma l’OCSE, era di sei a uno.

“Lo studio confuta l’assunto che della crescita economica beneficiano automaticamente tutti i gruppi sociali e che essa favorisce la mobilità sociale” ha dichiarato Angel Gurria, segretario generale dell’OCSE, presentando l’analisi alla stampa. “L’accentuarsi della disuguaglianza indebolisce l’economia di un paese,  compromette la coesione sociale e crea instabilità politica” ha aggiunto Gurria, cloncludendo che “per arginare questo trend è necessaria un’ampia strategia per una crescita compatibile socialmente”.

Se negli anni ’80 e ’90 la Germania, con i paesi scandinavi, era una delle società più equilibrate ora in un raffronto internazionale si trova soltanto in posizioni centrali.

Uno dei motivi della crescente disparità sociale tra i lavoratori è individuato dall’OCSE nel fatto che le aziende fanno sempre più ricorso a lavoratori part-time mal pagati.  Dal 1984 il numero di lavoratori impiegati nel part-time è aumentato da tre a otto milioni passando dall’11 al 22 per cento. Il conto più salato lo pagano le donne, che purtroppo guadagnano ancora meno degli uomini, ma anche i singles e i singles con prole costretti a tirare avanti con stipendi da fame.

Considerando le statistiche in parte drogate fornite dal governo e dall’Agenzia per il lavoro, la disoccupazione è al 6,4 per cento. Le statistiche però escludono: i cosiddetti 1 euro jobs cui talvolta sono costretti i disoccupati, i disoccupati in malattia, i disoccupati che partecipano a un corso di ri-qualificazione e quelli “prestati” ad agenzie private di collocamento.

Gli industriali non fanno altro che lamentarsi che la Germania per rimanere competitiva ha bisogno di lavoratori altamente qualificati. Sono comunque poche le imprese che danno l’opportunità di crescere e formarsi in azienda acquisendo professionalità. Dando un’occhiata a motori di ricerca specializzati come monster o stepstone, è impressionante l’aumento della richiesta di praticanti (non pagati o a 400 euro al mese).

Oggi un disoccupato single in Germania, al suo secondo anno senza lavoro, prende il sussidio Hartz IV (ALG II) – dal nome dell’ex capo del personale della Volkswagen incaricato dal Cancelliere Schroeder di riformare il mercato del lavoro e dell’assistenza sociale. Il sussidio è di 364 euro mensili più i costi per un appartamento con caratteristiche specifiche. A Berlino e nei Laender dell’est circa 700 euro, sommando sussidio e appartamento. Non stupisce quindi se un disoccupato è costretto a lavorare in nero per poter condurre una vita dignitosa e non di sole rinunce.

E c’è poco da ironizzare, come fa qualcuno, sui caffè e i bar di Berlino sempre pieni di disoccupati poco disposti a lavorare. A differenza di ciò che sostengono le campagne di alcuni giornali popolar-scandalistici, non è vero che molti disoccupati non hanno voglia di lavorare. Vero è che con gli 800-900 euro di un impiegato in un call center non vivi bene neanche a Berlino e ci paghi a malapena l’affitto con tutti i costi connessi. Figurarsi chi guadagna 3-4 euro all’ora.

Povero nonostante lavori, campagna del sindacato tedesco

Gli autori dello studio dell’OCSE indicano diverse soluzioni per bloccare e invertire il trend di crescita della disuguaglianza. Le imprese devono investire nel potenziale dei lavoratori, offrire più lavoro e più lavori di alta qualità e creare possibilità di carriera. Più istruzione già in età scolastica e per tutto il corso di studio e più formazione professionale è “il solo mezzo – dicono gli autori – per limitare le disparità retributive e allo stesso tempo accrescere i livelli di occupazione”. Dopo l’ingresso nel mercato del lavoro, dipendente e datore di lavoro dovrebbero continuare a investire in aggiornamento e ri-qualificazione.

Anche i governi, afferma l’OCSE, possono condizionare la redistribuzione della ricchezza. In che modo? Con imposte progressive sul reddito, con misure per arginare l’evasione fiscale e la fuga di capitali, con l’abolizione dei vantaggi fiscali per chi guadagna molto o con l’aumento della tassazione sui patrimoni (capitali e immobili).

Più importanti che mai, per compensare le perdite dei lavoratori con bassi salari rese ancora più drammatiche in periodi di recessione, sono gli aiuti statali.   

di Massimo Demontis

 

 

 

 

 

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Aspettando godot

Quello dei mercati, alla vigilia dell’ennesimo vertice tra capi di stato e di governo dei 27 Paesi dell’Unione europea a Bruxelles oggi e domani. Un vertice all’insegna del nervosismo, di polemiche e di resistenze contro le posizioni della Merkel e di Sarkozy.

L’attesa è grande, ma il coupe de théâtre, quello capace di far ripartire l’economia europea creando crescita, probabilmente non ci sarà. Merkel e Sarkozy vogliono la riduzione dei debiti sovrani. La ricetta è nota. La cancelliera tedesca e il presidente francese puntano su una “modifica forzata” del Trattato europeo per introdurre una disciplina di riduzione dei debiti, con sanzioni automatiche non ancora definite, e per obbligare i paesi dell’Unione europea a gestire la spesa pubblica in modo virtuoso.

Schluss mit dolce vita, cioè mettere fine alle tendenze di alcuni stati, in particolare quelli dell’area mediterranea, di “vivere al di sopra delle proprie possibilità”. Come dare torto alla Merkel almeno da questo punto di vista. Sotto pressione da parte di un’opinione pubblica apparentemente disamorata della moneta unica europea e sotto forte pressione politica, perché la Germania dovrebbe pagare il debito di stati spendaccioni, dove spesso regna sovrana la corruzione e l’evasione fiscale e dove i governi sembrano incapaci di adottare riforme strutturali in grado di modernizzare i paesi, renderli competitivi e all’avanguardia nella ricerca, innovazione e qualità della spesa? Perché la Germania dovrebbe continuare a pompare miliardi di euro nelle casse dei fondi salva-stati se i governi non si mettono nelle condizioni di curare le proprie malattie?

Finanziare i fondi salva-stati senza porre limiti chiari alla spesa dei singoli paesi, senza regole definite e meccanismi sanzionatori, sostiene la Merkel, non farebbe altro che alimentare una spirale all’infinito e non porterebbe a quella virtuosità richiesta da più parti nella gestione dei debiti sovrani.

Qualcuno potrebbe far notare che la Germania approfitta dell’euro. Questo non è tuttavia un buon motivo per tirarla per la giacca e renderla responsabile dei mali altrui, siano essi endogeni o causati dalla crisi mondiale. E non è nemmeno accettabile l’accostamento, che talvolta viene fatto in alcuni paesi, tra la Merkel e Hitler. In questi casi si oltrepassa il limite di qualsiasi decenza.

La ricetta Mercozy, così è definita la coppia Merkel-Sarkozy, pone due grandi problemi: uno giuridico e di democrazia e l’altro economico perché genera recessione.

La proposta di aggirare il Trattato europeo per evitare il coinvolgimento dei Parlamenti, “discussioni infinite”, ratifiche governative, eventuali referendum popolari, saltando cioè processi decisionali che potrebbero richiedere tempi molto lunghi, è piuttosto azzardata.

E se alcuni dei 27 paesi dell’Unione europea non fossero d’accordo? I segnali, stando alle dichiarazioni pre vertice di taluni leader, ci sono tutti. Allora potrebbero aprirsi le porte per un’Europa divisa in aree, ad esempio quella dei cosiddetti paesi “virtuosi” dell’area euro, o addirittura inasprirsi talmente i contrasti tanto da sfociare veramente nel crollo dell’euro, nella spaccatura di eurolandia e nella fine dello european dream.

La exit strategy pensata dalle teste d’uovo di Merkel e Sarkozy porta in sé un grande limite economico, attualmente il più importante: è una strategia recessiva.

Il taglio della spesa e l’aumento dell’imposizione fiscale alimenteranno la recessione.

Stretto controllo delle politiche di spesa dei paesi UE, drastico controllo dai debiti e sanzioni automatiche, fondo salva stati Esm anticipato al 2012, una strategia che non convince molti e che ha creato non pochi mal di pancia in alcuni membri dell’Unione europea, a cominciare dal Regno Unito di David Cameron non disposto a rinunciare a quote di sovranità nazionale perché anche lui sotto pressione politica da parte dei suoi Tories. Cameron ha già fatto sapere che non firmerà alcuna modifica del Trattato che non contenesse una clausola a difesa degli interessi britannici e in particolare del sistema finanziario.

La Merkel a Bruxelles dovrà fare i conti con le resistenze di Cameron, ma anche con quelle di Jean-Claude Junker, presidente dell’Eurogruppo, José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, e Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo. In un documento diffuso mercoledì dal trio, e pensato come base di discussione per il vertice di oggi e domani, sono riapparsi gli eurobond – tanto invisi al governo tedesco –  e l’idea che il fondo salva-stati Esm ottenga lo status di banca. Status che darebbe al fondo Esm la possibilità di chiedere crediti alla Banca centrale europea. La decisione se il fondo Esm, dotato di licenza bancaria, potrà chiedere e concedere prestiti deve essere presa oggi ha dichiarato Junker in un’intervista al quotidiano di Monaco di Baviera Süddeutsche Zeitung.

Il documento di Van Rompuy, Barroso e Junker ha creato grande irritazione a Berlino. In ambienti governativi è stato giudicato come un affronto alla Merkel, ormai quasi certa che gli eurobond e lo status di banca per il fondo Esm fossero stati rimossi come base di trattativa al vertice.

Vertice che si apre stasera, ma non sotto una buona stella.

di Massimo Demontis

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Wall Street Journal: alcune banche centrali si preparano al crollo dell’euro

Per avere un’ulteriore misura di quanto sia drammatica la crisi e quanto siano forti le aspettative per il vertice dei 27 paesi dell’Unione europea che si terrà a Bruxelles a partire da questa sera, occorre volgere lo sguardo oltreoceano.

Secondo il Wall Street Journal alcune banche centrali europee si starebbero preparando a uscire da eurolandia e al crollo dell’euro stampando una propria valuta. Nell’articolo sono citate alcune banche centrali dell’eurozona (Irlanda, Montenegro, Grecia) e quelle di alcuni paesi di area non euro (Svizzera, Inghilterra, Bosnia Erzegovina, Lettonia). Banks Prep for Life After Euro è il titolo della versione online del WSJ, il quale si richiama a “persone informate” senza però citarle. I primi segnali, scrive il Wall Street Journal, li si ritrovano nell’intenzione di alcune banche di resuscitare le vecchie banconote delle valute nazionali non stampate nel 2002 quando entrò in circolazione l’euro.

La banca d’Irlanda starebbe valutando la possibilità di accedere a risorse addizionali per stampare banconote nel caso in cui dovesse supportare la rinascita della valuta nazionale. Il quotidiano tedesco Spiegel online scrive che un portavoce della Banca d’Irlanda non ha voluto commentare la notizia diffusa dal WSJ.

Anche la banca centrale svizzera, che pure non fa parte dell’eurozona e che poco tempo fa ha ancorato, per fermarne l’apprezzamento, il franco svizzero all’andamento dell’euro si starebbe preparando al default dell’euro studiando a quale valuta orientarsi in futuro.

I piani di alcune banche centrali sarebbero solamente precauzionali e non “l’aspettativa di una dissoluzione dell’eurozona” scrive il WSJ. Ma, il fatto stesso che le banche centrali stiano studiando questa possibilità, “considerata sino a poco tempo fa impensabile”, sottolinea quanto velocemente si siano deteriorate le sue condizioni.

Gli occhi sono tutti puntati sul vertice di Bruxelles, quelli dei mercati e degli investori in particolare, per capire se l’Europa avrà la forza, il coraggio e le idee giuste per uscire dalla crisi. Crisi che è andata via via acuendosi al punto che è crollata la fiducia tra banche le quali hanno problemi a reperire capitali freschi perché nessuna si fida di prestare denaro all’altra.

Anche JP Morgan, una delle grandi banche statunitensi, scommette sulla fine dell’eurozona, e invita aziende e investori a cautelarsi contro questa evenienza quotata al 20 per cento.

http://europe.wsj.com/home-page

di Massimo Demontis

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Il segreto di Pulcinella di un’Europa a due velocità. Il nuovo patto di stabilità di Merkel e Sarkozy

Che in Europa ci fossero circoli finanziari e politici, soprattutto in Germania e in Olanda, che speculano sulla creazione di un’Eurozona a due velocità e a due valute è ormai un segreto di Pulcinella. Ne avevamo già scritto.

Negli ultimi mesi questo scenario ha però cominciato a fare proseliti anche a Parigi.

Germania e Francia, è uno dei numerosi “piani segreti” di cui parla tanto la stampa internazionale in questi giorni, lavorerebbero da mesi – in incontri ad alto livello tra funzionari dei due paesi – allo smembramento dell’Eurozona.

La Cancelliera Merkel aveva più volte smentito sia gli incontri sia la volontà di creare un’Europa “dei forti e virtuosi” con una propria valuta, dichiarando ripetutamente che l’obiettivo della Germania è la stabilizzazione dell’Eurozona nella sua attuale configurazione. Di questo gruppo di “stati forti”, cioè quelli economicamente più solidi, farebbero parte la Germania, l’Olanda, l’Austria, la Francia, la Finlandia, e il Lussemburgo.

Nei circoli finanziari e speculativi sono ancora in molti a scommettere sull’implosione dell’Unione europea, almeno come la conosciamo oggi, dell’Eurozona e – soprattutto – dell’euro. Non è un caso che il “default dell’euro” sia un argomento ricorrente anche nei quotidiani statunitensi i quali ci fanno sapere che le più grandi banche internazionali stanno apprestando piani di emergenza in caso di fallimento dell’Eurozona.

La notizia trapelata oggi, diffusa dal quotidiano popolar-scandalistico online Bild, sembra rafforzare l’ipotesi dell’Europa a due velocità. Merkel e Sarkozy starebbero pensando ad accordi bilaterali, del tipo di quelli di Schengen, per aggirare i trattati europei forzando la mano. L’obiettivo è un nuovo patto di stabilità da raggiungere in tempi record, possibilmente già nei primi due mesi del 2012, difficilmente realizzabile coinvolgendo all’unisono i 27 stati dell’Unione europea. Ci vorrebbero tempi biblici, affermano a Berlino e Parigi, per mettere d’accordo capi di stato e di governo e i parlamenti dei diversi paesi. Grazie agli accordi bilaterali, nell’Eurozona nascerebbe di fatto l’unione fiscale e per gli stati incapaci di gestire virtuosamente i propri bilanci sovrani scatterebbero automaticamente sanzioni.

di Massimo Demontis

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